UFFICIO LITURGICO NAZIONALE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Spunti dalle letture

Abramo riceve da Dio il figlio della promessa. Dio ha mantenuto il suo impegno. Ma anche Abramo dovrà mostrare di tener fede alla relazione con Dio. Il racconto drammatico e sconcertante del sacrificio di Isacco mostra una realtà fondamentale: che non è possibile tirarsi fuori dall’Alleanza, che non la si può per così dire “congelare” […]
31 Gennaio 2012
Abramo riceve da Dio il figlio della promessa. Dio ha mantenuto il suo impegno. Ma anche Abramo dovrà mostrare di tener fede alla relazione con Dio. Il racconto drammatico e sconcertante del sacrificio di Isacco mostra una realtà fondamentale: che non è possibile tirarsi fuori dall’Alleanza, che non la si può per così dire “congelare” in un tranquillo possesso stabile e privo di rischi. L’Alleanza è cammino, percorso, accettazione dell’imprevisto, richiede fiducia e non offre facili certezze.
L’idea del sacrificio ripugna alla nostra coscienza moderna. Eppure abbiamo ogni giorno sotto gli occhi l’esito di tante scelte, più o meno consapevoli o forzate: il prezzo della nostra industrializzazione sono le morti sulle strade, i morti sul lavoro, le vittime delle catastrofi che periodicamente occupano le cronache dei giornali. Non ci è mai detta la realtà: che cioè l’eliminazione assoluta del rischio è impossibile, e che ogni cosiddetto progresso comporta le sue vittime, vite umane perdute per le inevitabili conseguenze collaterali. Tutto questo è, se non tacitamente accettato, almeno pacificamente subito. Ci sembra di non poter rinunciare all’auto, né all’industria, né ai mezzi di trasporto, né alle costruzioni in zone sismiche o geologicamente a rischio…
 
Il sacrificio di Isacco è il caso estremo del sacrificio nell’Antico Testamento, e mostra il passaggio da una pratica di sacrificio cruento ad una nuova mentalità. Sacrificare significa riconoscere che ciò che si ha è dono di Dio. Abramo non è padrone di Isacco: egli resta dono, figlio della promessa, destinato a compiere la volontà di Dio. La volontà di Dio è buona: che “non gli accada alcun male”. La volontà di Dio per Abramo, per il popolo che nascerà da lui, per tutta l’umanità che gli sarà figlia nella fede è una volontà buona, segnata dalla benedizione: e appunto sotto l’ottica della benedizione dovrà compiersi la realtà del sacrificio. Dio ci benedice, con la potenza della sua grazia, noi lo benediciamo, con la semplicità della nostra lode e della nostra fede. L’aspetto cruento del sacrificio è destinato a passare in secondo piano; in primo piano l’adesione di fede, la dedizione della vita, la bellezza della lode. Questo è ciò che Cristo è venuto a ristabilire nella sua pienezza, e che comincia ad apparire nel brano della Trasfigurazione.
 
Sul monte Abramo mostra la sua disponibilità ad offrire il figlio a Dio; Dio accetta questa disponibilità, ma non la realizzazione del sacrificio. Sul monte Gesù mostra la sua gloria di figlio del Padre celeste, ma anche la sua disponibilità a offrirsi per l’umanità. Isacco è risparmiato, Gesù invece è offerto alla Passione, per poter entrare nella risurrezione. Si vedrà nelle prossime domeniche che la necessità della Passione è determinata dalla durezza del cuore umano, che tende a ridurre tutto al proprio interesse, che paradossalmente preferisce le tenebre alla luce, che pretende costantemente di salvare la propria vita, senza donarla. Nella trasfigurazione l’elemento negativo resta confinato sullo sfondo, e ci viene mostrato prevalentemente l’aspetto positivo: Gesù si offre al Padre, il Padre lo glorifica, lo circonda del suo amore, la bellezza dell’amore tra Padre e Figlio si irraggia e coinvolge i discepoli.
 
Il brano della Trasfigurazione, collocato all’inizio della Quaresima, mostra la meta del cammino penitenziale, che è anche la meta dell’intera esistenza dei credenti: essere trasfigurati a immagine di Cristo, condividere la stessa relazione con il Padre. La distanza che ci separa dalla prospettiva dell’uomo nuovo, trasfigurato ad immagine del Risorto, non è una distanza che genera scoraggiamento e disillusione: sarebbe così se fosse colmabile solo con forze proprie. Lo splendore della trasfigurazione non è frutto di uno sforzo: “nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche” annota quasi grossolanamente l’evangelista, per indicare appunto il salto di qualità che si verifica tra la pretesa umana e l’offerta di rinnovamento che viene da Dio.
Dio ci offre di condividere la stessa sorte di Gesù, il figlio amato, di essere trasfigurati con lui; e da lui viene anche la forza di compiere il cammino: l’essenziale è ascoltare, essere recettivi, accogliere prima di poter fare. Anche perché il cammino verso la gloria comporta la realtà oscura della croce, che Gesù non nasconde, ma comincia ad anticipare ai suoi discepoli. Ascoltare Gesù significa poter percepire con atteggiamento nuovo la realtà che ci circonda, e che appare tutto tranne che anticipazione della risurrezione con Cristo: intorno a noi sta un’umanità che non sembra anticipare la bellezza della risurrezione, ma piuttosto un’umanità sfigurata, devastata dall’odio, dalla violenza, dalla guerra, sfinita dalla malattia.
 
La seconda lettura ci immette nel giusto atteggiamento di fiducia. Nessuna avversità, nessuna circostanza sfavorevole è più forte dell’amore di Dio, che ha donato integralmente il suo Figlio, che con la sua morte e risurrezione ha stabilito con l’umanità un legame perenne. Dall’accoglienza del dono può derivare un impegno di rinnovamento. Dalla forza che viene dal Padre attingiamo la forza per rinnovarci a immagine di Cristo.