UFFICIO LITURGICO NAZIONALE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Per una pastorale del tempo pasquale

Alcune attenzioni sembrano di primo ordine per non disperdere il prezioso tesoro che le fonti liturgiche custodiscano e consegnano alle comunità nei cinquanta giorni del tempo pasquale. 1. Innanzitutto una maggiore coscienza del tempo pasquale come tempo festivo per eccellenza, tempo in cui è possibile vivere l’incontro con l’Altro e con gli altri, tempo in cui la […]
14 Febbraio 2012
Alcune attenzioni sembrano di primo ordine per non disperdere il prezioso tesoro che le fonti liturgiche custodiscano e consegnano alle comunità nei cinquanta giorni del tempo pasquale.
 
1. Innanzitutto una maggiore coscienza del tempo pasquale come tempo festivo per eccellenza, tempo in cui è possibile vivere l’incontro con l’Altro e con gli altri, tempo in cui la percezione del tempo e degli spazi introduce nel mistero del Signore. È evidente che per favorire questo è necessario vincere una certa stanchezza che si registra subito dopo il giorno di Pasqua e mantenere desta la tensione nella cura dei luoghi, nella preparazione dei riti, nella convocazione delle assemblee.
 
2. Un rinnovato interesse per i testi biblici proclamati nella liturgia, privo di ogni preoccupazione moralistica, e uno scavo approfondito dei testi eucologici: tale operazione costituisce un nutrito filone per alimentare una spiritualità pasquale che si radica nell’evento di Cristo e attinge all’esperienza dell’iniziazione cristiana.
 
3. Una riproposizione delle simboliche elementari che costituiscono l’esperienza catecumenale: la percezione dello spazio, l’ascolto della Parola, il nutrimento eucaristico, l’acqua battesimale, il ritmo tra canto, parola e silenzio, la luce, la dimensione festosa dell’assemblea liturgica. Occorre agire affinché la ricchezza simbolica attesa e preparata nella Quaresima e vissuta nel Triduo pasquale (centralità della croce gloriosa, la luce del cero pasquale, il canto appropriato e festoso e, in particolare, dell’Alleluia, la valorizzazione dell’Evangeliario, l’aspersione con l’acqua) rimanga significativa fino alla Pentecoste. L’insistenza nella proposta degli elementi simbolico-rituali non è per l’estenuazione, ma perché in questo tempo essi diventano epifania della novità del Crocifisso risorto nei giorni dell’uomo.
 
4. Un ricentramento mai scontato dell’esperienza eucaristica domenicale e della prima partecipazione all’Eucaristia (“prima comunione”) nella Pasqua di Cristo: è nell’Eucaristia celebrata che i fedeli ritornano all’evento fondante della morte e della risurrezione di Cristo ed è nella prima Eucaristia dei neofiti che si compie e si completa il passaggio dalla morte alla vita che l’iniziazione attua e avviene l’inserimento nella comunità di coloro che stabilmente incontrano il Risorto proprio nell’Eucaristia.
 
Si tratta di aiutare le comunità a percepire veramente il tratto festivo di un tempo da vivere nella gioia come se fosse un giorno solo. Ogni scadimento o indebolimento degli aspetti rituali non fa che impoverire la percezione dei cinquanta giorni pasquali come tempo nel quale si gusta la gioia della salvezza e si pregusta l’eterna beatitudine. Quanto più è intensa la percezione pasquale di un tempo rinnovato, quanto più la vita liturgica riesce a farci sperimentare l’eccedenza della novità pasquale, tanto più l’“ordinario” (anche del tempo per annum che riprende proprio all’indomani della domenica di Pentecoste) apparirà segnato e trasfigurato dall’esperienza dei credenti usciti dalle acque della rinascita, segnati dal fuoco dello Spirito e rinvigoriti dal pane eucaristico: «Sia Cristo il nostro cibo, la fede sia la nostra bevanda: beviamo nella gioia la sobria ebbrezza dello Spirito» (inno ambrosiano Splendor paternae gloriae).